luce #3

luce #5

luce #4

 

 

PRESS RELEASE

Matteo Guariso | Luce

 

Osservando il lavoro di Matteo Guariso sulla Centrale Termoelettrica di Trezzo d’Adda il mio pensiero è andato subito ai tre registri lacaniani:

  • –  L’Immaginario
  • –  Il reale
  • –  Il Simbolico
  • 
L’Immaginario è ciò che avviene nel pensiero, il Reale avviene fuori da noi, il Simbolico è il linguaggio che è struttura dell’inconscio.
La scelta di lavorare su un edificio industriale attivo senza rendere il risultato una mediocre rappresentazione di ciò che è, ha rappresentato un grande rischio. 
Scivolare nella banalità del tema producendo un risultato utile al marketing aziendale o all’archivistica era davvero facile.
Sarebbe stato uno shooting professionalmente corretto ma totalmente inutile per la fotografia d’autore. 
In realtà Matteo ha prodotto un lavoro molto interessante, utilizzando la centrale idroelettrica per raccontarci altro; l’edificio è un espediente necessario per portarci altrove.
Questo è il motivo per cui associo il progetto ai tre registri di Jaques Lacan.
Le immagini fotografano un edificio vero (il Reale) posto dinnanzi all’obiettivo, niente farebbe pensare che il fotogramma non rappresenterà davvero quello che si vede andando sul luogo e invece il pensiero di Guariso lo trasforma in altro (l’Immaginario) per descriverci uno spazio interiore attraverso la trasformazione dell’immagine ed il linguaggio dell’autore (Il Simbolico). Tema attraente e permanente in quasi tutti i suoi lavori, ci traghetta nel buio in posti sconosciuti che ognuno di noi declinerà secondo le proprie esperienze e la propria cultura. 
Pertanto questo lavoro ci obbliga al pensiero, a soffermarci per cercare di capire, non si limita al puro senso estetico comune; direi che per tale motivo è un lavoro difficile al primo sguardo, ha bisogno di tempo perché forse è proprio dentro il tempo che l’autore ci invita ad entrare.
In questo senso potrebbe avvicinarsi all’idea di opera d’arte di Lev Tolstoj quando dice che “L’arte non è, come dicono i metafisici, la manifestazione di qualche misteriosa idea, della bellezza o di dio; non è, come dicono i fisiologi, un giuoco in cui l’uomo sfoga le superflue energie accumulate; non è la manifestazione di un’emozione per mezzo di segni esteriori; non è la produzione di opere 
gradevoli; e, ciò che più importa, non è godimento; ma è un mezzo di comunicazione che riunisce gli uomini accomunandone le sensazioni, ed è necessario alla vita e al progresso verso il bene del singolo uomo e dell’umanità.”
Matteo trascende, trasforma, cerca visioni oltre l’immagine, in una parola: comunica. Trasmette questo a chi guarda le sue fotografie in generale e quelle della Centrale idroelettrica di Trezzo sull’Adda in particolare ché rappresenta uno dei suoi lavori migliori.
Non riproduce ciò che ha davanti all’obiettivo ma utilizza il soggetto per creare altro; lontano da quel che si vede realmente. Oppure quel luogo è davvero così e noi non riusciamo a percepirlo se non attraverso le sue fotografie?
Si coglie un forte desiderio di entrare nel mondo nascosto dell’immagine, di avere un contatto con le parti celate e poco conosciute del mezzo fotografico. Forse li è racchiuso qualcosa che vale la pena di fotografare. Mi sembra che Matteo concentri la sua ricerca all’interno di questo “non luogo” per farcelo conoscere e vedere. Certamente il suo interesse per la psicologia ha contribuito fortemente alla formazione della sua poetica, abituandolo a suggerire piuttosto che dichiarare.
I suoi lavori non parlano dell’attualità, cercano di proporci percorsi meno battuti, meno accomodanti e rassicuranti. Non è presente un significato univoco ma piuttosto l’idea di indicare un percorso che inevitabilmente sarà diverso per ogni osservatore e questo lo rende particolarmente interessante. Si comporta come un autore fotografico non come un fotografo. Mi soffermo spesso su questa mia definizione perché ritengo sia importante insistere sulla sua descrizione per affrontare la visione di un progetto fotografico con un approccio più consapevole. L’ autore fotografico è una figura relativamente recente, come peraltro lo è la fotografia rispetto alle altre arti, ed ancora in fase di definizione e riconoscimento pubblico; cosa non facile visto che la stessa fotografia fa fatica ad essere universalmente riconosciuta come forma d’arte.
L’ Autore è diverso dal fotografo, entrambi utilizzano la macchina fotografica ma questa è l’unica cosa in comune che hanno. Il primo è vicino al concetto di artista, fa della propria necessità espressiva un elemento fondante della sua esistenza sentendola come un bisogno assoluto ed incontrollabile indispensabile alla vita. Il secondo è un professionista che svolge un incarico in modo tecnicamente impeccabile e funzionale a chi glielo ha richiesto, così, ad esempio, avrebbe fotografato la centrale di Trezzo d’Adda perfettamente illuminata, a fuoco, con le composizioni ben bilanciate, ecc., fornendo un prodotto finito pronto per le richieste del committente. Sono due modi completamente diversi di utilizzare il mezzo fotografico, entrambi con un proprio statuto e pari dignità ma comunque differenti.
Tengo molto a questa distinzione perché ci permette di porci davanti al lavoro di un Autore in un modo maggiormente attento e partecipato, molto più vicino a quello che avremmo durante la visita ad un museo. E’ necessario costruire la propria sensibilità, la capacità di osservare, così come devo imparare la matematica se voglio leggere un testo in cui compaiono integrali e funzioni, allo stesso modo devo costruire in me le condizioni affinché ciò che vedo possa permearmi dandomi significato. L’approccio è importante in questo tipo di immagini, perché non stupiscono immediatamente per la loro bellezza né contengono effetti speciali che catturano immediatamente l’attenzione di chi guarda. Sono immagini che diventano belle man mano che si guardano, teoricamente bisognerebbe avere la possibilità di passarci davanti ogni tanto e fermarsi ad osservarle, come faceva Michelangelo con i suoi disegni mentre li preparava. Non andavano bene subito, li attaccava al muro ed ogni tanto li guardava per apporvi o meno delle correzioni; per parlarci. E’ un approccio lento quello che propongo per entrare nel mondo di Matteo Guariso, un criterio teorico perché certamente non si ha la possibilità di osservare le sue fotografie passandoci davanti ogni tanto; ma è un suggerimento che contiene in se alcune possibilità di avvicinamento al suo lavoro. Luce è un lavoro lento che ha bisogno di meditazione, si oppone all’ebetismo retinico a cui ci stiamo abituando con il bombardamento di miliardi di immagini provenienti da ogni luogo e confluenti quasi tutte su uno smartphone od un tablet.
Non escono quasi mai dai dispositivi, non diventano quasi mai qualcosa di toccabile, sono tutte virtuali ed impalpabili; non hanno uno spessore, né consistenza, né odore, né peso. Sono tutte miseramente inesistenti.
Luce invece chiede di porci davanti a lei per guardarla attentamente e lentamente perché esiste, solo così è possibile che ci prenda per mano e ci porti con se.

Chiudo questo breve commento chiedendo aiuto a Proust che dice “la parola è fatta di una sostanza chimica impalpabile che opera le più violente alterazioni”.
Credo che questo lavoro possa essere sintetizzato dicendo che la fotografia e la mente del suo autore sono fatte di una sostanza chimica impalpabile che opera le più violente alterazioni.

Buona visione. Milano, 28 aprile 2016

©2016 Aldo Sardoni

Jaques Lacan (Parigi1901|1981).
Lev Tolstoj, Che cos’è l’arte?, Donzelli Editore, 2010, pag.60.
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto V La Prigioniera, in Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 2014, pag. 24.