Fin dal medioevo, intelluttuali e religiosi francescani, come Alessandro di Hales e San Bonaventura che, rifacendosi alle ispirazioni di Dionigi Areopagita e di Sant’Agostino, hanno aggiunto all’essere un’altra caratteristica transcendentale: pulchrum, cioè bello. Basandosi  sull’esperienza  di San Francesco, poeta ed esteta raffinato, che “nel bello delle creature vedeva il Bellissimo,” hanno arricchito la nostra comprensione dell’essere con la dimensione della bellezza.

Tutti gli esseri, anche quelli che ci sembrano orripilanti, osservati nei particolari e nell’insieme, presentano, ognuno a modo suo, una bellezza singolare.

Uno dei grandi estimatori della bellezza è stato Fiodor Dostoevskij. La bellezza era così centrale nella sua vita, ci racconta Anselm Grun, monaco benedettino e grande spiritualista, nel suo ultimo libro “Bellezza: una nuova spiritualità della gioia di vivere” (Vier Turne Verlag 2014) che il grande romanziere russo andava almeno una volta all’anno a vedere la bellissima Madonna Sixtina di Raffaello. Rimaneva a lungo in contemplazione davanti a quella splendida figura. Questo fatto è sorprendente, dato che i suoi romanzi penetrano nelle zone più oscure e perfino perverse dell’animo umano.  Ma quello che lo spingeva, in verità, era la ricerca della bellezza, e per questo ci ha lasciato la famosa frase: “La bellezza salverà il mondo” che appare nel libro “L’idiota”.

 

Bet-El-Za da sanscrito significa: “il luogo dove Dio brilla,”

 

 

 

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